U.S. pushes for limits on fishing in Arctic Ocean

SEATTLE – U.S. officials are heading to Greenland for a three-day meeting to persuade other Arctic nations to place a moratorium on high-seas fishing in the Arctic Ocean, where climate change is melting the permanent ice cap and allowing trawlers in for the first time in human history.

The United States is proposing an agreement “that would close the international waters of the Arctic Ocean to commercial fishing until there is a good scientific foundation on which to base management of any potential fishing,” said David Benton, a member of the U.S. Arctic Research Commission, who will be part of the negotiations in Nuuk, Greenland.

The first step toward protecting the Arctic Ocean and its fish population, which has never been studied, is for the five nations bordering the body of water to reach an agreement on a moratorium. To date, the United States, Canada and Greenland are on board, but Russia and Norway have not joined in.

All coastal countries control the fisheries within 200 miles of their own coastlines. The high seas beyond that zone do not belong to any nation, are not covered by any regulations and can only be protected by international agreement.

Once the five Arctic nations are in accord on a fishing moratorium, Benton said, they would then reach out to other countries with major commercial fishing fleets, such as China, Japan and Korea, to negotiate full protection for the central Arctic Ocean.

Benton, who advises the U.S. negotiating team, said he was “cautiously optimistic” that the Arctic nations would reach agreement during the three-day meeting, which begins Monday.

“The Arctic is experiencing a fairly rapid rate of change,” said Benton, as the permanent ice melts. “That’s potentially causing large changes in the ecosystem, but we don’t understand what’s going on up there. If we want to do things right, this is the approach we should be taking.”

In 2009, the United States adopted its own Arctic Fishery Management Plan, closing American waters north of Alaska to commercial fishing until scientific research proves that the fishery is sustainable.

“What the United States did in its waters was a precautionary action that takes into account how Arctic warming is changing the ecosystem faster than science can keep up with it,” said Scott Highleyman, director of the international Arctic program for the Pew Charitable Trusts.

“There are no stock surveys or scientific assessments for fish there,” Highleyman said. “You don’t want to fish a place where you don’t know the fish population dynamics. Any time we’ve done that, it led to catastrophic overfishing.”

One example, Highleyman said, is the New England Atlantic cod fishery, which was shut down in the 1980s due to overfishing, costing 50,000 jobs.

There is much at stake in the central Arctic Ocean, of which about 1.1 million square miles are largely unregulated international waters. An open letter to the Arctic governments, signed by 2,000 scientists from around the world, notes the mysterious and fragile nature of the region.

If it is overfished, the scientists say, that will affect seals, whales and polar bears as well as the people who make the harsh region their home and rely on such creatures to feed their families.

“Until recently, the region has been covered with sea ice throughout the year, creating a physical barrier to the fisheries,” the scientists wrote. “In recent summers, however, the loss of permanent sea ice has left open water in as much as 40% of these international waters .… A commercial fishery in the central Arctic Ocean is now possible and feasible.” (Los Angeles Times)

 

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Canada and Denmark claim pieces of the Arctic

Canada’s deadline is Friday to apply to the commission for exclusive rights to what is likely to be another 1.7 million square kilometers of Arctic sea floor. The application under the Convention on the Law of the Sea will be the culmination of a decade of work and more than $200 million in public money.

Collection of data for the application has required more than a dozen icebreaker voyages, as well as trips by helicopters, airplanes and an unmanned, remote-controlled submarine that spent days under the ice, Leader-Post writes.

Denmark and Greenland last week submitted a claim for 62,000 square kilometers of Arctic sea floor, reports Politiken newspaper. The claim is the fourth of five that Denmark is expected to submit before a deadline in 2014 which in total could expand Denmark’s territory by around a million square kilometers.

Politiken reports that other Arctic countries have also submitted claims that overlap Denmark’s and with around 50 cases currently being processed, they may have to wait until 2019 for a verdict.

Norway in 2009 became the first Arctic nation to settle an agreement with the U.N. Commission on the Limits of the Continental Shelf in the north. Norway’s newly defined continental shelf in the north covers 235,000 square kilometers or three-quarters the size of mainland Norway. (Barents Observer)

La Groenlandia pronta al primo premier donna

La Groenlandia potrebbe avere il suo primo premier donna, dopo che il partito Siumut ha vinto le elezioni nazionali. Il partito centrista, favorevole allo sfruttamento delle vaste risorse minerarie del territorio artico, ha ottenuto il 42,8% (+16% rispetto alle ultime consultazioni) e 14 seggi, mentre il primo ministro in carica Kuupik Kleist e il suo partito di sinistra Inuit Ataqatigiit ha raccolto il 34,4% (-9,3%).

Adesso Aleqa Hammond, la leader del partito vincitore, deve trovare un alleato per raggiungere la maggioranza di 16 seggi che le permetterà di formare il governo. “Sono molto felice, come capo del partito – ha commentato la Hammond – che il Siumut sia tornato”.

Al potere dal 1979, alle scorse elezioni per la prima volta in trent’anni il partito Inuit Ataqatigiit andava al governo, in contemporanea con l’autonomia concessa dalla Danimarca.

Molti groenlandesi sono favorevoli ad utilizzare le risorse minerarie dell’isola, tra cui metalli rari e uranio, al fine di ridurre la dipendenza dai contributi della Danimarca, che ora rappresentano circa i due terzi dell’economia dell’isola. Kleist ha ampliato gli sforzi per attirare investimenti internazionali, pur tuttavia Inuit Ataqatigiit ha adottato una politica di tolleranza zero che ha vietato qualunque estrazione e vendita di minerali radioattivi, tra cui l’uranio, di fatto consentendo esplorazioni minerarie solo nel sud dell’isola. Hammond ha spiegato, invece, che il suo partito è pronto a consentire l’estrazione dell’uranio, purché il minerale contenga un massimo di 0,1% di ossido di uranio. Alcuni potenziali investitori stranieri ritengono che la Groenlandia potrebbe contenere il più grande deposito di minerali rari al di fuori della Cina, che rappresenta attualmente oltre il 90% della produzione mondiale.

Un problema altrettanto controverso è il lavoro degli immigrati, che per la Groenlandia, che ha una popolazione di 57.000 abitanti, sarà necessario per sviluppare il settore minerario. Il Siumut ha criticato il governo in carica, accusandolo di aver accellerato l’approvazione di una legge, nel mese di dicembre, che permetteva alle grandi imprese minerarie di importare manodopera da luoghi come la Cina.

L’Unione europea ed altri attori internazionali sono preoccupato del fatto che la Cina stia guardando agli investimenti in Groenlandia come un modo per ottenere un punto d’appoggio nella regione artica ricca di risorse. (Eye on Arctic)

Aleqa Hammond, leader del Siumut Party

Il bando europeo sui prodotti di foca sta distruggendo gli inuit

All’inizio di questo mese, alcune associazioni di Inuit, tra cui quella canadese Inuit Tapiriit Kanatami, si sono presentate nel Lussemburgo, alla Corte di Giustizia della Unione Europea, per presentare appello contro il bando sui prodotti derivanti dalla caccia alla foca.

Il Parlamento Europeo ha approvato nel 2009 una legge per bandire le importazioni di prodotti derivanti dalla caccia alla foca, con eccezione per i prodotti derivanti dalla caccia tradizionale inuit. Tuttavia, nonostante ciò, gli aborigeni sostengono che gli effetti del bando hanno devastato il mercato dei prodotti di pelliccia di foca. “Senza gli introiti dei prodotti derivati come pelli e ogni tipo di pellame – ha spiegato David Akeeagok , viceministro dell’Ambiente del territorio canadese del Nunavut – è difficile per gli inuit sopravvivere nell’economia globale. Nel mondo globale si ha bisogno di moneta, di macchinari, di acquistare equipaggiamenti per la caccia”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Leif Fontaine, presidente della Association of Fishers &Hunters della Groenlandia. “Divieti generali – ha detto – e distaccate e distorte visioni ambientali e di tutela degli animali hanno distrutto il mercato delle pelli di foca e adesso minacciano seriamente la nostra identità e l’esistenza di 60 piccoli insediamenti”.

Per Akeeagok, il bando europeo si basa su “argomentazioni morali” intorno alla caccia alla foca più che sulla realtà dele tradizioni inuit nel mondo Artico. “Gli inuit – ha detto il viceministro – sono i primi e principali soggetti interessati alla conservazione delle foche, e quando un soggetto esterno decide un bando in cui si dice che non è morale cacciare un animale basilare per la sopravvivenza inuit, diventa difficile per qualcuno della stessa comunità accettarlo”.

“Gli inuit devono dimostrare – ha spiegato Fontaine – di essere una nazione forte, benché siamo una piccola nazione. Le grandi nazioni devonon rispettare la nostra cultura, tradizioni e modi di vita”. (Eye on Arctic)

Leif Fontaine

Canada vuole risolvere le controversie sui confini

Un accordo sulle dispute, vecchie di decenni, con la Danimarca, potrebbe essere un segnale dell’intento del Canada di risolvere tutte le dispute confinarie che lo vedono protagonista con gli altri Stati Artici.

I negoziatori canadesi, infatti, stanno tentando di trovare una soluzione con quelli danesi per due aree di mare, meno di 225 chilometri quadrati nel Mare di Lincoln, a nord dell’Isola di Ellesmere e della Groenlandia. Nessuna soluzione è stata ancora proposta, invece, per la questione dell’Isola di Hans nel Canale Kennedy, sorta sempre con la Danimarca, e per le altre dispute confinarie con gli Stati Uniti (quella nel Mare di Beaufort e la “Dixon Entrance” in Artico, e quelle più “meridionali” dello stretto di Juan de Fuca, e dell’Isola di Machias Seal).

“Stiamo discutendo – ha detto l’Ambasciatore danese Erik Vilstrup Lorenzen – costruttivamente gli uni con gli altri”.

“Ciò a cui stiamo assistendo – ha detto Michael Byers, professore di diritto internazionale alla University of British Columbia – è la disponibilità mostrata dal governo di Stephen Harper di voler risolvere le controversie con gli altri Stati dell’Artico, e questo è molto significativo”.

Secondo Byers ed altri esperti canadesi di diritto, con l’assottigliamento delle calotte polari c’è una urgenza del Canada di regolamentare i confini ancora incerti, per non pregiudicare opportunità economiche.

“Noi sappiamo – ha spiegato Rob Huebert, direttore associato del Centre for Military and Strategic Studies alla University of Calgary – che il nord sta per diventare molto, molto trafficato, e con questo incremento di attività sappiamo anche che gli Stati stranieri stanno mostrando un grande interesse”. (The Globe and Mail)

L’Isola di Hans