New armor for Arctic Brigade

soldiers2arctic-mil-ru_The BTR-82A vehicle will be able to operate in minus 60 degrees and 60 cm deep snow. It will be the Russian Arctic Brigade’s first combat vehicle on wheels, sources in the Russian Armed Forces inform.

A total of 20 new personnel carriers of the kind are now being delivered to the Armed Forces, of which several will be included in the Arctic Brigade, a source in the Ministry of Defense tells newspaper Izvestia.

The BTR-82A is a modification of Russia’s armored personnel carriers BTR-82. I will have 300 horse powers and be equipped with a 30 mm automatic gun and a 7,62 mm machine gun.

In 2015, the Arctic Brigade was equipped also with new Vityaz and ТТМ-4902PS-10 belt carriers, as well as terrain vehicles AM1.

The Russian Arctic Brigade has over the last year conducted a string of exercises all over the Arctic, including in the New Siberian Islands, the Taymyr Peninsula and the Novaya Zemlya. In late September this year, the Arctic elite forces trained in the Franz Josef Land and this week they again conducted training in the Novaya Zemlya, the Russian militarey press service informs.

The Russian Arctic Brigade is based partly on the 80th Independent Motor Rifle Brigade in Alakurtti and the 200. Independent Motor Rifle Brigade in Pechenga, both of them located near the borders to Norway and Finland. (The Barents Observer)

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Il completamento della ferrovia Transiberiana avvenne 100 anni fa

ferrovia-transiberiana-1.900x600.jpgSono trascorsi 100 anni dal completamento della Transiberiana, l’arteria ferroviaria più lunga del mondo, ma anche luogo mitico e di grande ispirazione: lo ricorda il doodle di oggi, dal respiro cinematografico e accompagnato musicalmente da una Serenata per archi di Tchaikovsky.

Solo 100 anni fa giungeva a completamento un’opera che aveva chiesto il lavoro di 90mila operai nel freddo e nelle intemperie, facendosi varco tra le fitte foreste di conifere della taiga siberiana. La Transiberiana doveva essere un’opera d’eccellenza nella Russia degli Zar, un motivo d’orgoglio nazionale. Doveva “essere costruita dai russi e con materiali russi”, come dichiarò ufficialmente la commissione che gestiva il progetto e i lavori. Pronto e funzionante già nel luglio 1904 ma completata veramente solo nel 1916.

A rendere la Transiberiana un’infrastruttura unica, la sua capacità di unire le due estremità dell’immenso paese, assolvendo alle nascenti esigenze correlate anche all’ascesa economica della costa est della Russia, quella che si affaccia sull’ Oceano Pacifico. Trasportare le merci da e per porti fiorenti come quello appena nato di Vladivostok al cuore della Russia, San Pietroburgo (l’allora capitale dell’impero) e Mosca era un’impresa pressoché impossibile. E poi c’era la Siberia, isolata dal freddo e tagliata fuori dallo sviluppo sociale ed economico.

Fu così che nacque e prese forma l’idea di una linea ferroviaria che unisse le estremità est e ovest del paese.

Dopo alcune spedizioni perlustratrici, nel 1891, sotto il regno dello Zar Alessandro III prendevano il via i lavori della Transiberiana, inaugurati ufficialmente a Vladivostok dall’erede al trono, Nikolai, fresco di viaggio intorno al mondo. Era stato infatti deciso che la costruzione della ferrovia sarebbe iniziata contemporaneamente alle due estremità, e avrebbe proceduto verso il centro: da una parte il porto sulla costa del mare del Giappone, dall’altra Chelyabinsk, a ridosso degli Urali, proseguendo poi attraverso le montagne, i fiumi, i laghi, la steppa e la taiga del vasto territorio russo.

Nel 1904 furono quindi completate le sezioni da Mosca a Vladivostok; nel 1916 si approda a una ferrovia Transiberiana che copre le estremità del paese. Ancora oggi la Transiberiana resta più di una ferrovia, è un simbolo culturale potente di legame tra popolazioni e lo stesso autore del doodle, Matt Cruickshank, ha viaggiato sulla mitica linea nel 2015, prendendo ispirazione per il soggetto celebrativo odierno. (Wired.it)

Artico: summit Casa Bianca, Italia protagonista con radar

8a28fe74dd201f17bdfa6f6e4a25223bWASHINGTON – Un sistema di osservazione pan-artico per aumentare il monitoraggio spaziale e temporale dell’Artico e condividere meglio i dati sul suo preoccupante scioglimento per mitigarne gli effetti e consentire l’adattamento e la resistenza delle popolazioni locali: e’ l’obiettivo della riunione dei ministri della ricerca scientifica ospitata oggi alla Casa Bianca, un summit di 25 Paesi dove l’Italia, rappresentata da Stefania Giannini, relatrice di una delle quattro sessioni, figura tra i protagonisti, in particolare per i suoi radar satellitari.

“Ci si aspetta un forte contributo scientifico dall’Italia”, ha spiegato il ministro della Ricerca in un briefing con la stampa italiana all’ambasciata di Washington, presente il capo delegazione, Armando Varricchio. “L’Artico e’ tra le priorita’ anche del nostro piano della ricerca, con uno stanziamento di alcune decine di milioni di euro nel triennio 2016-2018”, ha sottolineato il ministro, ricordando inoltre che presso il ministero degli esteri e’ stato riattivato il Tavolo Artico, un gruppo informale di consultazione composto da membri provenienti dal mondo accademico, della ricerca e delle imprese. Tra queste Eni, impegnata, oltre che in programmi di estrazione in Norvegia e in Russia, anche in progetti per il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei trasporti marittimi (oilspill), la riduzione dell’impatto ambientale e la tutela delle comunità indigene. “L’obiettivo della ministeriale Giannini – ha riferito – e’ quello di rafforzare e internazionalizzare la cooperazione scientifica. L’Italia, dal 2013 membro osservatore del Consiglio Artico, collabora già con Usa, Canada e Paesi scandinavi e ha rapporti importanti con la Russia, in una sorta di ‘science diplomacy'”.

Oggi i Paesi coinvolti presenteranno i loro progetti. L’Italia ne proporrà 3-4: tra questi spicca quello del Cnr, un radar satellitare che a distanza di centinaia di km e’ in grado rilevare deformazioni di pochi cm del terreno, come nel caso del terremoto ad Amatrice ma anche di fusione del permafrost nella regione artica, con effetti su abitati e infrastrutture. “Il 15 settembre scorso abbiamo registrato un nuovo record nello scioglimento dei ghiacci marini a causa del riscaldamento globale, pari a oltre il 40% rispetto a 15-20 anni fa”, ha spiegato il prof. Enrico Brugnoli, direttore del dipartimento terra e ambiente del Cnr. “Con questi ritmi, nei prossimi 10 anni e’ possibile prevedere nell’Artico estati prive di ghiaccio o con poco ghiaccio”, ha proseguito, ricordando che a questo bisogna sommare l’ancora più allarmante fusione del ghiaccio continentale, “che procede più velocemente di quanto previsto 15 anni fa”. Un fenomeno che “solletica anche appetiti energetici e marittimo-commerciali, per la possibilità di sfruttare le riserve di gas e petrolio e di utilizzare nuove rotte a nordovest che ridurrebbero i porti italiani a scali regionali per quasi meta’ anno”. (Ansa)

U.S. pushes for limits on fishing in Arctic Ocean

SEATTLE – U.S. officials are heading to Greenland for a three-day meeting to persuade other Arctic nations to place a moratorium on high-seas fishing in the Arctic Ocean, where climate change is melting the permanent ice cap and allowing trawlers in for the first time in human history.

The United States is proposing an agreement “that would close the international waters of the Arctic Ocean to commercial fishing until there is a good scientific foundation on which to base management of any potential fishing,” said David Benton, a member of the U.S. Arctic Research Commission, who will be part of the negotiations in Nuuk, Greenland.

The first step toward protecting the Arctic Ocean and its fish population, which has never been studied, is for the five nations bordering the body of water to reach an agreement on a moratorium. To date, the United States, Canada and Greenland are on board, but Russia and Norway have not joined in.

All coastal countries control the fisheries within 200 miles of their own coastlines. The high seas beyond that zone do not belong to any nation, are not covered by any regulations and can only be protected by international agreement.

Once the five Arctic nations are in accord on a fishing moratorium, Benton said, they would then reach out to other countries with major commercial fishing fleets, such as China, Japan and Korea, to negotiate full protection for the central Arctic Ocean.

Benton, who advises the U.S. negotiating team, said he was “cautiously optimistic” that the Arctic nations would reach agreement during the three-day meeting, which begins Monday.

“The Arctic is experiencing a fairly rapid rate of change,” said Benton, as the permanent ice melts. “That’s potentially causing large changes in the ecosystem, but we don’t understand what’s going on up there. If we want to do things right, this is the approach we should be taking.”

In 2009, the United States adopted its own Arctic Fishery Management Plan, closing American waters north of Alaska to commercial fishing until scientific research proves that the fishery is sustainable.

“What the United States did in its waters was a precautionary action that takes into account how Arctic warming is changing the ecosystem faster than science can keep up with it,” said Scott Highleyman, director of the international Arctic program for the Pew Charitable Trusts.

“There are no stock surveys or scientific assessments for fish there,” Highleyman said. “You don’t want to fish a place where you don’t know the fish population dynamics. Any time we’ve done that, it led to catastrophic overfishing.”

One example, Highleyman said, is the New England Atlantic cod fishery, which was shut down in the 1980s due to overfishing, costing 50,000 jobs.

There is much at stake in the central Arctic Ocean, of which about 1.1 million square miles are largely unregulated international waters. An open letter to the Arctic governments, signed by 2,000 scientists from around the world, notes the mysterious and fragile nature of the region.

If it is overfished, the scientists say, that will affect seals, whales and polar bears as well as the people who make the harsh region their home and rely on such creatures to feed their families.

“Until recently, the region has been covered with sea ice throughout the year, creating a physical barrier to the fisheries,” the scientists wrote. “In recent summers, however, the loss of permanent sea ice has left open water in as much as 40% of these international waters .… A commercial fishery in the central Arctic Ocean is now possible and feasible.” (Los Angeles Times)

 

Scoperta nell’Artico “Isola che non c’è”

“Seconda stella a destra, questo è il cammino”, cantava Bennato rivisitando la favola di Peter Pan, poi la strada per “l’isola che non c’e'” l’hanno trovata casualmente alcuni piloti russi mentre sorvolavano con i loro elicotteri il mare (Artico) di Laptev, nella repubblica siberiana di Yakuzia, vicino all’arcipelago delle isole di Novosibirski. All’inizio è sembrato loro strano, pensavano che non potesse esistere un’isola che non c’è sulle mappe.

Forse era “solo fantasia”, come nella canzone di Bennato, ma in ogni caso hanno preso le coordinate. Poi hanno deciso di fare un secondo sorvolo per essere sicuri di non aver avuto delle allucinazioni. Al secondo giro con i loro Mi-26 non hanno avuto dubbi e hanno regalato alla Russia, che è già il Paese più grande (e in alcuni casi inesplorato) del mondo, altri 500 metri quadri di superficie.

Il nuovo isolotto e’ stato battezzato “Iaia”, come riferisci il tabloid Komsomolskaya Pravda. Due le ipotesi per spiegare come sia potuta spuntare dal nulla: la meno probabile è che si sia formata recentemente, anche perchè nell’Artico non ci sono vulcani; la più accreditata invece è che esistesse già ma che nessuno l’avesse vista e quindi mappata perché mimetizzata nel manto candido dell’Artico dal ghiaccio che la ricopriva interamente. (Ansa)